Violenza di genere: i numeri che mancano e quelli che parlano chiaro

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La parità di genere è inserita tra i principali obiettivi da tutte le principali istituzioni internazionali, come ONU e Unione Europea, e nazionali, basti pensare al fatto che la parità di genere è uno dei tre obiettivi trasversali del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. IDEM nasce nel 2020 con la missione di dare un contributo effettivo alla riduzione delle diseguaglianze di genere nelle organizzazioni, attraverso l’IDEM Index, una metrica specifica, scientificamente validata, in grado di rappresentare il livello effettivo di gender equality.

Alcuni dati sulla parità di genere nel mondo del lavoro

Dal 2013 lo European Institute for Gender Equality (EIGE) pubblica ogni anno il Gender Equality Index, un indice che misura il livello di parità tra donne e uomini nei Paesi membri dell’Unione Europea. Il punteggio dell’indice varia da 0 a 100: più alto è il valore, maggiore è la parità raggiunta. Nel 2024, la media dell’Unione Europea si è attestata a 71 punti, un dato che, sebbene positivo, rivela ancora importanti margini di miglioramento, soprattutto considerando le ampie differenze tra i singoli Stati. La classifica vede infatti al primo posto la Svezia con un punteggio di 82 punti e all’ultimo posto la Romania con soli 57,5 punti. L’Italia con un punteggio di 69,2 – al di sotto della media europea – si colloca alla 14° posizione del ranking, una in meno rispetto al 2023. Per tutti i Paesi il punteggio è il risultato della valutazione di sei dimensioni fondamentali della vita sociale ed economica: Lavoro, Denaro, Conoscenza, Tempo, Potere e Salute. In ciascun ambito si analizzano indicatori specifici: dalla partecipazione delle donne al mercato del lavoro, alle differenze salariali, dall’accesso all’istruzione alla distribuzione del tempo tra lavoro retribuito e attività di cura, fino alla rappresentanza politica ed economica e all’accesso ai servizi sanitari[1].

A partire dal 2017, il Gender Equality Index si è arricchito di un settimo dominio, non incluso nel calcolo complessivo del punteggio, relativo alla violenza di genere. Questo dominio ha un valore informativo fondamentale, avendo l’obiettivo di fornire dati specifici su quanto la violenza fisica, sessuale e psicologica sia diffusa tra le donne in Europa, e su come le istituzioni dei singoli Paesi siano in grado di contrastarla in modo efficace. La violenza di genere viene analizzata attraverso tre sotto-dimensioni principali: la Prevalenza, ovvero la percentuale di donne che hanno subito violenza, con particolare attenzione ai casi legati a partner o ex partner; la Gravità, che valuta l’intensità delle violenze, la frequenza con cui si verificano e le conseguenze fisiche e psicologiche che ne derivano; infine, la dimensione relativa alla Denuncia, che analizza la propensione delle vittime a rivolgersi alle autorità e le barriere che possono ostacolare questa scelta, come la mancanza di fiducia nelle istituzioni o la paura di ritorsioni. Purtroppo, non tutti i Paesi europei sono in grado di fornire dati completi per queste tre aree. Per il 2024, il punteggio relativo alla violenza di genere è stato calcolato solo per 12 Stati membri, con una media di 31,9 su 100. Il risultato si concentra esclusivamente sulle esperienze di violenza vissute dalle donne, con l’obiettivo non di confrontare uomini e donne, ma di contribuire all’eliminazione totale della violenza. Per questo, a differenza delle altre dimensioni, più alto è il punteggio, più grave è il fenomeno della violenza contro le donne nel Paese. Su una scala da 1 a 100, 1 rappresenta una situazione in cui la violenza è inesistente e 100 una in cui la violenza è estremamente comune, molto grave e non divulgata.

A supporto dell’indice, l’EIGE ha utilizzato – quest’anno per la prima volta – i risultati di una vasta indagine sulla violenza di genere (UE gender-based violence survey), condotta tra il 2020 e il 2024 insieme a Eurostat e all’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali (FRA), che ha coinvolto quasi 115.000 donne nei 27 Paesi dell’Unione. I dati che emergono sono allarmanti: una donna su tre ha dichiarato di aver subito violenza fisica e/o sessuale a partire dai 15 anni. Il 57% delle vittime ha riportato conseguenze gravi per la salute, sia fisiche che psicologiche, ma circa un terzo non ha mai raccontato la propria esperienza a nessuno. Solo il 13,9% delle vittime ha denunciato alla polizia e appena il 6,4% si è rivolta a un centro antiviolenza. L’indagine rivela inoltre che, nonostante l’urgenza del fenomeno, i servizi di supporto risultano ancora gravemente insufficienti in molti Paesi. Per esempio, solo sette Stati membri soddisfano gli standard minimi stabiliti dalla Convenzione di Istanbul per quanto riguarda i rifugi per le donne vittime di violenza (un letto ogni 10.000 abitanti) e i centri di consulenza (uno ogni 50.000 donne). A peggiorare la situazione, la recente crisi del costo della vita ha messo a dura prova molte organizzazioni e centri antiviolenza sul territorio, che oggi faticano perfino a coprire i costi base come affitti e utenze.

Se guardiamo all’Italia, la situazione si fa ancora più complessa. Sempre secondo l’analisi dell’EIGE, il 13,6% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale dal partner o ex partner e, considerando anche la violenza psicologica, la percentuale sale al 25,9%. Nonostante la gravità e la diffusione del fenomeno, l’Italia è tra i Paesi che attualmente non ottengono un punteggio nel dominio della violenza di genere del Gender Equality Index. Questo perché i dati disponibili non sono considerati sufficientemente completi, affidabili o confrontabili a livello europeo: una carenza che è stata più volte denunciata dalle associazioni e dai movimenti che si occupano di violenza contro le donne sul territorio. Uno degli aspetti più emblematici riguarda la raccolta dati sui femminicidi, la forma di violenza più estrema contro le donne. In Italia non esiste ancora una banca dati pubblica, istituzionale e centralizzata. I dati ufficiali provengono principalmente da due fonti: il Ministero dell’Interno e l’ISTAT, ma ciascuno segue metodologie e criteri diversi. Il Ministero, ad esempio, raccoglie dati sugli omicidi volontari e sulla violenza di genere, ma non utilizza il termine “femminicidio”. Gli omicidi vengono classificati in base al sesso della vittima e al tipo di relazione con l’aggressore. Inoltre, a partire da gennaio 2025, la pubblicazione dei dati è passata da una frequenza mensile a trimestrale, con l’obiettivo di fornire numeri più consolidati ma dilazionando molto nel tempo la disponibilità di informazioni. L’ISTAT, invece, diffonde i propri dati ogni anno, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne (25 novembre), distinguendo tra omicidi in ambito familiare o relazionale. La mancanza di coordinamento rende difficile una lettura unitaria e coerente della situazione, senza contare che in più occasioni si sono registrati ritardi nell’aggiornamento dei dati, soprattutto da parte del Ministero.

A colmare, almeno in parte, questo vuoto interviene il prezioso lavoro delle associazioni. In particolare, Non Una di Meno ha creato l’Osservatorio Femminicidi Lesbicidi Transcidi (FLT), che monitora i casi a partire dal 2020 e pubblica aggiornamenti mensili. L’Osservatorio si distingue per l’approccio intersezionale e inclusivo: documenta non solo i femminicidi, ma anche i tentati femminicidi, i suicidi legati a casi di violenza, e tiene conto di elementi spesso trascurati, come la presenza di figli durante l’aggressione, le vittime con disabilità o le uccisioni di sex worker. Questi dati raccontano una realtà che i numeri ufficiali spesso non riescono a cogliere. Nell’aggiornamento di aprile 2025, l’Osservatorio ha registrato, solo dall’inizio dell’anno in corso, 24 casi di FTL, tra cui 16 femminicidi, almeno altri 16 tentati femminicidi e diversi suicidi legati a situazioni di violenza.

Nel confronto europeo, emerge una profonda eterogeneità nella qualità e nella disponibilità dei dati. Un esempio positivo dal quale prendere ispirazione è rappresentato dalla Spagna, che ha implementato un sistema centralizzato ed efficiente di raccolta dati sulla violenza di genere, considerato tra i più avanzati d’Europa. Il sistema spagnolo fornisce informazioni dettagliate su ciascun caso, dalla relazione tra vittima e autore, ai precedenti episodi di violenza, fino agli interventi delle autorità.

Rendere visibile ciò che oggi resta invisibile è il primo passo per cambiare la realtà. Senza dati affidabili, completi e condivisi, il rischio è che la violenza di genere resti confinata a emergenze temporanee o a tragedie individuali. Il caso italiano lo dimostra chiaramente: serve un impegno sistematico per costruire una base informativa solida, partendo dai femminicidi e arrivando a raccogliere tutte le informazioni necessarie per alimentare la dimensione della violenza nel Gender Equality Index, così come richiesto dall’Unione Europea e dall’EIGE. Solo comprendendo a fondo l’estensione e le caratteristiche di questa violenza sarà possibile affrontarla con strumenti adeguati e prevenirla con politiche efficaci.

[1] IDEM | Mind the Gap dedica ogni anno un approfondimento specifico all’analisi di questo indice, con l’obiettivo di promuoverne la comprensione e stimolare un dibattito informato.

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