Il potere resta un affare da uomini? Un’indagine sull’Italia del 2025

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La parità di genere è inserita tra i principali obiettivi da tutte le principali istituzioni internazionali, come ONU e Unione Europea, e nazionali, basti pensare al fatto che la parità di genere è uno dei tre obiettivi trasversali del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. IDEM nasce nel 2020 con la missione di dare un contributo effettivo alla riduzione delle diseguaglianze di genere nelle organizzazioni, attraverso l’IDEM Index, una metrica specifica, scientificamente validata, in grado di rappresentare il livello effettivo di gender equality.

Alcuni dati sulla parità di genere nel mondo del lavoro

Le disuguaglianze di genere nelle posizioni di potere rappresentano una delle forme più evidenti e radicate di disparità nella nostra società. Nonostante decenni di progressi sul piano legislativo e culturale – basti ricordare, ad esempio, la Legge Golfo Mosca (Legge 120/2011), che ha introdotto quote di genere nei Consigli di amministrazione delle società quotate e a controllo pubblico – l’accesso delle donne ai ruoli decisionali nei settori chiave come politica, economia, media, scienza e università resta ancora limitato. Il potere, inteso come la capacità di influenzare decisioni e orientare le scelte collettive, è infatti storicamente appannaggio degli uomini. Tale concentrazione è frutto di strutture sociali, culturali e istituzionali che continuano ad ostacolare la piena partecipazione delle donne negli spazi di comando.

Il report “Sesso è Potere 2025”, ricerca condotta da info.nodes e onData, restituisce una fotografia allarmante: in Italia il potere rimane saldamente concentrato nelle mani degli uomini. La ricerca si propone come strumento di denuncia e advocacy, raccogliendo dati aperti e verificati su politica, economia, media, istruzione e società, e mette in luce le persistenti disuguaglianze di genere nei principali ambiti decisionali del Paese. Non si tratta di stabilire se le donne governino meglio o peggio degli uomini, ma di misurare chi ha realmente accesso al potere e chi lo esercita.

 

Politica: presenza femminile marginale

I numeri parlano chiaro. In Italia ci sono solo 1.194 sindache rispetto a 6.578 sindaci, le donne sono quindi solo il 15,4% del totale. Nei comuni con oltre 100.000 abitanti, la percentuale sale appena al 20,5%. Nei Consigli e Giunte regionali, la presenza femminile si ferma rispettivamente al 25,2% e al 27,6%. Su 20 Regioni italiane, solo due sono guidate da donne: l’Umbria e la Sardegna. Anche in Parlamento la situazione presenta uno squilibrio di genere: alla Camera le donne sono il 33,1%, al Senato il 36,6%. Nonostante la presenza di una premier, il governo è composto per tre quarti da ministri (18 su 24), e la Presidenza del Consiglio è affiancata da cinque sottosegretari. Anche la diplomazia è saldamente in mani maschili: 153 ambasciatori rispetto a 24 ambasciatrici (il 13,6% del totale).

 

Economia: poche donne al vertice

Nel mondo delle imprese, le donne CEO sono un’eccezione. Tra le 50 aziende a maggiore capitalizzazione quotate in Borsa, solo due sono guidate da donne: Terna, guidata da Giuseppina Di Foggia e Reply, diretta da Tatiana Rizzante. Le Presidenti dei Consigli di amministrazione sono 9 su 50 (18%).

Nelle società controllate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF), su 34 realtà, solo 6 hanno una donna alla guida (17,6%). Nei maggiori gruppi bancari e nel settore tech, la rappresentanza femminile è addirittura inferiore: 1 su 10 tra i CEO bancari, 1 su 19 tra quelli tecnologici.

In generale in Italia, le donne imprenditrici sono meno di 1 su 3, e le manager risultano essere il 27% del totale, al di sotto della media UE (33,9%).

 

Media: un soffitto di cristallo in vetro spesso

Nel giornalismo, la situazione è ancora più critica. Solo il 6% dei principali quotidiani italiani è a direzione femminile, nonostante il 42% di chi svolge la professione giornalistica in Italia sia donna. Le testate dirette da una donna sono appena tre, di cui due sono sotto la direzione della stessa persona, Agnese Pini. I telegiornali, invece, sono tutti diretti da uomini.

Le agenzie di stampa mostrano un equilibrio leggermente migliore, con 3 donne su 7 alla guida, ma il gender pay gap rimane marcato: le freelance guadagnano in media il 15% in meno rispetto ai colleghi, mentre tra chi ha un contratto di lavoro subordinato la differenza arriva al 18%. In termini concreti, ciò si traduce in una retribuzione media annua di circa 64.770 € per gli uomini e 53.078 € per le donne.

 

Accademia e ricerca: il potere resta maschile

Nel mondo accademico e della ricerca, la disparità di genere è altrettanto evidente. Solo 17 delle 85 università italiane sono guidate da una rettrice (20%). Negli enti pubblici di ricerca, si contano 11 direttori generali e solo 3 direttrici (21%). Questi dati risultano paradossali se si considera che le donne rappresentano quasi il 60% delle persone laureate, mediamente con voti più alti e in tempi più rapidi rispetto agli uomini: il voto medio femminile si attesta intorno a 104,7 su 110, rispetto al 102,9 degli uomini. Anche nella regolarità degli studi le donne mostrano risultati migliori, con un 58,6% rispetto al 54,2% degli uomini.

Nel settore STEM, dove la presenza femminile è più ridotta, le donne si distinguono per performance superiori, ma restano comunque marginalizzate nelle carriere accademiche e nei ruoli di leadership scientifica.

 

Autorità indipendenti: poche presidenze al femminile

Su 11 autorità indipendenti riconosciute dal Senato, solo 3 sono guidate da donne: Autorità per l’infanzia e adolescenza, Commissione sciopero nei servizi pubblici e Ufficio parlamentare di bilancio. Le più influenti – come AGCM (Antitrust), CONSOB, Privacy e ANAC – restano dominate dagli uomini.

 

Una questione di scelta (politica)

Il report evidenzia un altro fenomeno cruciale: la femminilizzazione dei ruoli intermedi di middle management che – come emerge da un sondaggio dell’agenzia di reclutamento Robert Walters che ha coinvolto la GenZ – sono considerati altamente stressanti e privi di reale potere decisionale. Secondo questa ricerca, il 52% della GenZ non aspira a diventare middle manager, e il 75% di chi già ricopre questi ruoli si sente sopraffatta/o. Il rischio è che si crei un’illusione di accesso al potere, senza cambiare la struttura decisionale.

In questo contesto, “Sesso è Potere 2025” sottolinea l’importanza politica di “contare ciò che conta”: la raccolta e la divulgazione dei dati non sono semplici operazioni tecniche, ma scelte consapevoli che mettono in discussione le strutture sociali e di potere esistenti. Questo tipo di analisi nasce dalla necessità di colmare la carenza di dati di genere e di rendere visibili le disuguaglianze ancora troppo radicate. Per superare queste barriere serve un impegno collettivo, volto a costruire una società in cui potere e responsabilità siano realmente condivisi. I dati diventano così uno strumento di consapevolezza e trasformazione, a cui chiunque può contribuire attivamente.

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