La parità di genere è inserita tra i principali obiettivi da tutte le principali istituzioni internazionali, come ONU e Unione Europea, e nazionali, basti pensare al fatto che la parità di genere è uno dei tre obiettivi trasversali del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. IDEM nasce nel 2020 con la missione di dare un contributo effettivo alla riduzione delle diseguaglianze di genere nelle organizzazioni, attraverso l’IDEM Index, una metrica specifica, scientificamente validata, in grado di rappresentare il livello effettivo di gender equality.
Alcuni dati sulla parità di genere nel mondo del lavoro
La recente bocciatura, da parte della Commissione Bilancio e dell’Aula della Camera dei Deputati del Parlamento italiano, della proposta di legge volta a equiparare i congedi di maternità e di paternità obbligatori a cinque mesi per entrambi i genitori con retribuzione garantita al 100% dello stipendio riporta al centro del dibattito pubblico un tema cruciale per il futuro del lavoro e della società: il sostegno alla genitorialità e la condivisione delle responsabilità di cura tra uomini e donne. La decisione è stata motivata dalla mancanza di copertura finanziaria, ma al di là delle questioni di bilancio appare evidente come in Italia la distanza da riforme più ambiziose sia legata non solo a limiti normativi, ma anche a fattori culturali. I dati più recenti dell’INPS, contenuti nel XXIV Rapporto Annuale pubblicato nel luglio 2025, mostrano infatti che, nonostante un progressivo aumento nel tempo, l’utilizzo degli strumenti disponibili da parte degli uomini rimane limitato: solo il 28,2% dei padri che dichiarano l’evento nascita usufruisce interamente dei dieci giorni di congedo di paternità obbligatorio previsti dalla legge. Ancora più marcato è il divario nell’uso del congedo parentale, ovvero il periodo di astensione facoltativa dal lavoro successivo alla nascita: in Italia vi ricorre appena l’8,33% dei padri, a fronte di oltre il 60% delle madri. Questi dati indicano chiaramente che la questione non riguarda soltanto la presenza di strumenti normativi, ma anche il contesto culturale e organizzativo in cui tali strumenti vengono effettivamente utilizzati. Inoltre, più la percentuale di retribuzione offerta per l’utilizzo di questi istituti si allontana dal 100% più il loro effettivo utilizzo viene scoraggiato. In questo quadro, il confronto con la Spagna risulta particolarmente significativo. Spesso accostato all’Italia per caratteristiche economiche e sociali, il Paese iberico ha intrapreso da anni un percorso differente nelle politiche di sostegno alla genitorialità, inserendo le riforme in una strategia più ampia di trasformazione sociale e culturale costruita nel tempo con coerenza. A partire da una riforma approvata nel 2019 e completata nel 2021, la Spagna ha introdotto un sistema di congedi fortemente orientato alla parità che nel corso del 2025 è stato ulteriormente rafforzato. Il Consiglio dei Ministri spagnolo ha infatti approvato un’estensione di tre settimane del congedo parentale, portandolo da sedici a diciannove settimane e raddoppiandolo da sedici a trentadue settimane per le famiglie monogenitoriali, di cui quasi l’80% è costituito da donne. A seguito di questa modifica, l’indennità di nascita e cura del figlio prevede complessivamente diciassette settimane per ciascun genitore, di pari durata e non trasferibili, e ventotto settimane per le famiglie monogenitoriali, da utilizzare entro i primi dodici mesi di vita del bambino oppure, in caso di adozione, tutela o affidamento, entro il primo anno dalla decisione giudiziale o amministrativa. A questo si aggiunge l’introduzione di due ulteriori settimane di congedo per la cura dei figli – quattro nel caso di famiglie monogenitoriali – fruibili con modalità flessibili fino al compimento degli otto anni del bambino o della bambina. Rimane inoltre fermo il requisito secondo cui le prime sei settimane devono essere fruite ininterrottamente, a tempo pieno e immediatamente dopo la nascita, l’adozione, l’affidamento o la tutela legale. L’impianto del sistema si fonda su un principio chiaro: il congedo è individuale e non trasferibile, pertanto se uno dei genitori non lo utilizza non può essere ceduto all’altro. Questa architettura normativa riflette una precisa impostazione culturale che considera la genitorialità una responsabilità condivisa tra adulti e rende la partecipazione dei padri alla cura non solo possibile ma strutturalmente prevista dal sistema, contribuendo a ridurre uno degli effetti più persistenti dei mercati del lavoro europei, ossia la penalizzazione delle donne associata alla maternità. Un simile assetto favorisce un riequilibrio reale delle responsabilità familiari: nella pratica quotidiana, infatti, il carico mentale legato alla pianificazione della vita domestica, alla conciliazione tra lavoro e famiglia e alla gestione delle urgenze continua a ricadere prevalentemente sulle madri, mentre gli uomini, pur avendo progressivamente abbandonato modelli autoritari ormai superati, mantengono più spesso il controllo del proprio tempo e tendono a vivere la relazione con i figli soprattutto nelle dimensioni del gioco e del tempo libero. Un elemento particolarmente rilevante del caso spagnolo è inoltre il ruolo svolto dagli uomini nel promuovere questo cambiamento: negli anni precedenti alla riforma associazioni e gruppi di padri si erano mobilitati per chiedere maggiori diritti e tutele legati al proprio ruolo di cura. In Italia, al contrario, il coinvolgimento attivo degli uomini nel dibattito sulla parità di genere e sulla genitorialità appare ancora limitato. Questo aspetto rimanda a una questione più profonda, ovvero la persistenza di una cultura in cui le questioni di genere vengono percepite prevalentemente come un tema che riguarda le donne. Quando si parla di gender equality il riferimento implicito è spesso il genere femminile, mentre gli uomini raramente si percepiscono come una categoria chiamata a interrogarsi sul proprio ruolo nelle relazioni familiari, nel lavoro e nella società. Tale squilibrio si intreccia oggi con un ulteriore fenomeno, ossia una crescente polarizzazione tra giovani uomini e giovani donne su questi temi. Uno studio condotto da Ipsos e dal Global Institute for Women’s Leadership del King’s College di Londra su circa 23.000 giovani in 29 Paesi evidenzia infatti una crescente divergenza di opinioni tra uomini e donne delle nuove generazioni in materia di parità di genere. Secondo l’indagine, gli uomini della Generazione Z hanno una probabilità doppia rispetto ai baby boomer di esprimere opinioni tradizionali sui ruoli di genere e in diversi Paesi circa un terzo dei giovani uomini ritiene ancora che nelle decisioni familiari l’ultima parola debba spettare all’uomo, mentre una quota significativa considera problematico che le donne appaiano troppo indipendenti o autosufficienti. Parallelamente si osserva una maggiore adesione a modelli di “mascolinità tradizionale”: una parte consistente degli intervistati ritiene che i giovani uomini debbano dimostrarsi fisicamente forti e conformarsi a specifici stereotipi di virilità. Queste tendenze emergono anche rispetto alla divisione del lavoro di cura, poiché l’idea che un uomo che resta a casa per occuparsi dei figli sia “meno uomo” risulta più diffusa tra i giovani rispetto alle generazioni più mature. Si tratta di segnali che meritano attenzione e che non possono essere considerati episodici, dal momento che la stessa indagine viene riproposta periodicamente e risultati analoghi erano già emersi nell’edizione del 2024, a conferma dell’esistenza di un trend strutturale. È probabile che ci si trovi di fronte a una fase di rinegoziazione dei ruoli di genere in cui modelli tradizionali e nuove aspettative convivono e si confrontano. Per affrontare queste dinamiche è necessario intervenire molto prima dell’età adulta, poiché i modelli culturali legati alla mascolinità si formano nei primi anni di vita e vengono rafforzati attraverso l’educazione, i contesti sociali e le rappresentazioni culturali. In questo senso programmi educativi nelle scuole e iniziative di sensibilizzazione rivolte alle persone più giovani possono svolgere un ruolo importante non solo per promuovere l’empowerment delle ragazze, ma anche per offrire ai ragazzi strumenti utili a interrogarsi sui modelli dominanti di mascolinità, sugli stereotipi che definiscono ciò che un uomo “dovrebbe essere” e sulle modalità attraverso cui tali schemi possono essere superati. Questa riflessione riguarda anche il benessere degli uomini stessi, poiché molti dei modelli tradizionali di virilità comportano costi significativi in termini di salute fisica ed emotiva: gli uomini ricorrono meno alla prevenzione sanitaria, hanno maggiori difficoltà nel riconoscere e verbalizzare le proprie emozioni e presentano tassi più elevati di mortalità per cause evitabili, inclusi i suicidi. Un esempio significativo riguarda le modalità con cui viene rilevato il malessere psicologico, spesso basate su strumenti di autovalutazione che chiedono alle persone di esprimere quanto si sentano bene o male rispetto a diverse dimensioni della propria vita. Numerosi studi evidenziano come gli uomini tendano a riportare meno frequentemente sintomi di disagio mentale nei sistemi di rilevazione tradizionali, a ricorrere meno ai servizi di supporto e a ricevere meno diagnosi, pur registrando tassi di suicidio significativamente più elevati. Parallelamente, alcune minoranze sessuali e di genere presentano livelli particolarmente alti di distress psicologico e rischio suicidario. Questa apparente discrepanza suggerisce che sia gli strumenti di misurazione sia le norme culturali influenzano in modo rilevante ciò che emerge come “malessere dichiarato”: gli uomini, spesso socializzati in modelli di genere che scoraggiano l’espressione della vulnerabilità, tendono infatti a riconoscere e verbalizzare meno il proprio disagio. Il suicidio continua così a colpire in misura sproporzionata la popolazione maschile e tra i fattori più frequentemente indicati vi sono la minore propensione a chiedere aiuto, la difficoltà a esprimere il proprio stato emotivo e l’insufficiente adeguamento dei servizi di assistenza alle specificità della salute mentale maschile. Anche altri ambiti della salute mostrano dinamiche simili: per esempio, mentre negli ultimi decenni le ragazze sono state progressivamente educate alla prevenzione e alla cura della propria salute riproduttiva, i ragazzi continuano a ricevere minori informazioni su temi come la salute andrologica o la fertilità maschile. Decostruire questi modelli non significa quindi soltanto promuovere l’uguaglianza tra uomini e donne, ma anche migliorare la qualità della vita degli uomini stessi. In questa prospettiva risultano particolarmente rilevanti le iniziative promosse da associazioni impegnate sul tema delle nuove maschilità, come Mica Macho o Maschile Plurale, che cercano di coinvolgere gli uomini nei percorsi di trasformazione culturale legati alla parità di genere. Anche le organizzazioni possono svolgere un ruolo significativo attraverso programmi di role modeling, iniziative di sensibilizzazione e politiche di welfare che, per esempio, incoraggino l’utilizzo dei congedi da parte degli uomini, contribuendo progressivamente a modificare norme sociali e aspettative. Il cambiamento necessario per una reale condivisione della genitorialità non può essere affidato esclusivamente alla legge, ma richiede un lavoro più ampio che coinvolga educazione, cultura e modelli sociali. Solo attraverso questo percorso sarà possibile costruire un contesto in cui le politiche di sostegno alla genitorialità non siano percepite come strumenti destinati a un solo genere, ma come parte di un progetto collettivo di benessere e responsabilità condivisa, riconoscendo che la trasformazione dei ruoli di genere è una sfida comune che riguarda l’intera società e nella quale gli uomini hanno una responsabilità pari a quella delle donne.