Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza – la strada verso le STEM è ancora in salita

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Per l’ottavo anno consecutivo, l’Osservatorio JobPricing ha presentato il proprio “Gender Gap Report – Mercato del lavoro, retribuzioni e differenze di genere in Italia”, redatto in collaborazione con LHH Recruitment Solutions e IDEM | Mind The Gap, volto a contribuire attivamente al fondamentale dibattito sul tema dell’equità di genere nel mercato del lavoro italiano. Le osservazioni da cui origina il report provengono prevalentemente dal ricco database di JobPricing, costituito da circa 600mila profili retributivi relativi a lavoratori dipendenti di aziende private, raccolti durante il periodo 2014-2022.

La data dell’11 febbraio è recentemente divenuta sinonimo di impegno per affermare la partecipazione delle donne in ambito scientifico. Attraverso la risoluzione 70/212 del 22 dicembre 2015, infatti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, invitando tutti gli Stati membri, le organizzazioni internazionali, il settore privato e il mondo accademico, nonché la società civile, a osservare tale ricorrenza anche – e soprattutto – attraverso attività di sensibilizzazione. Obiettivi della Giornata sono promuovere la piena ed equa partecipazione delle donne all’istruzione, alla formazione, all’occupazione e ai processi decisionali nel campo scientifico; eliminare ogni discriminazione di genere, anche nel campo dell’istruzione e dell’occupazione; incoraggiare lo sviluppo di politiche e programmi di educazione scientifica, per sostenere una maggiore partecipazione femminile e promuovere lo sviluppo della carriera delle donne nella scienza, riconoscendo maggiormente i risultati ottenuti dalle donne in ambito scientifico. La Giornata si colloca all’interno di un impegno più ampio da parte dell’ONU a sostenere la gender equality in maniera diffusa attraverso l’Obiettivo di sviluppo sostenibile 5 – Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze dell’Agenda 2030. 

Il motivo della nascita di questa iniziativa è presto detto: la partecipazione femminile nelle discipline STEM, ossia Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica, è caratterizzata da sempre da una considerevole e costante disparità di genere. Se a livello globale l’equilibrio di genere è ben lontano dall’essere raggiunto (nel 2022, il divario globale tra i sessi è stato colmato solo al 68,1% e, al ritmo attuale, ci vorranno 132 anni per raggiungere la piena parità), l’ambito STEM si configura come una minoranza nella minoranza. Un concreto pericolo è che tale gap possa ampliarsi con l’imponente cambiamento dell’economia e della società modellato dalla quarta rivoluzione industriale, che comporta la necessità di formare professionisti – e professioniste – con competenze scientifiche e tecnologiche da poter spendere in un trasformato mercato del lavoro e della digital economy. Da qui sorge l’importanza delle materie STEM, fondamentali per poter svolgere un ruolo attivo nel nuovo mercato del lavoro, come anche sottolineato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) nella trattazione sulla transizione digitale. Se da un lato, quindi, è questo un momento di grande opportunità ed entusiasmo per il futuro, dall’altro dobbiamo assicurarci di procedere in modo integrato e inclusivo: le donne devono essere in prima linea in questa rivoluzione e per il suo successo è necessario porre l’accento sull’uguaglianza.

Risulta dunque chiaro che l’economia del futuro sarà dominata dalle industrie STEM al centro dei progressi tecnologici, come l’ingegneria e l’informatica, e si prevede che questi settori favoriranno la crescita più rapida e i posti di lavoro più pagati del futuro. Le ricerche hanno inoltre rilevato che un tipico lavoratore STEM ha una retribuzione maggiore di un lavoratore-tipo non STEM, portando al risultato che più donne impiegate in un settore altamente redditizio come quello scientifico possono sensibilmente migliorare la propria condizione economico-retributiva, colmando parte del gender pay gap. Come già accennato, però, il campo delle STEM è particolarmente caratterizzato da disequilibri di genere a favore degli uomini: solo una laureata su sei è risultata in possesso di un titolo di laurea STEM lo scorso anno in Italia, mentre più di un terzo degli uomini possedeva una laurea scientifica.

Questo accade nonostante le ragazze costituiscano la maggioranza del corpo studentesco universitario: secondo l’ultimo rapporto Almalaurea, le studentesse rappresentano il 59,4% del totale, confermando un trend in crescita costante negli ultimi dieci anni.

Infatti, nei corsi di primo livello le donne costituiscono una spiccata maggioranza nei gruppi educazione e formazione (93,1%), linguistico (85,1%), psicologico (81,5%), medico-sanitario (75,6%) e in quello di arte e design (71,8%). Di converso, esse rappresentano una forte minoranza nei gruppi informatica e tecnologie ICT (13,7%) e ingegneria industriale e dell’informazione (26,6%). Similmente distribuiti sono studenti e studentesse dei corsi magistrali, con una forte prevalenza femminile nei gruppi educazione e formazione (92,7%), linguistico (85,8%), psicologico (81,9%) e nel gruppo arte e design (74,4%); mentre è decisamente limitata nel gruppo informatica e tecnologie ICT (18,5%). I dati italiani risultano in linea con quanto rilevato globalmente dagli indicatori sull’istruzione UNESCO, che evidenziano quanto il divario di genere sia particolarmente evidente nelle cosiddette hard STEM: considerando i laureati di tutti i settori, la percentuale di donne laureate in ICT è dell’1,7%, rispetto all’8,2% degli uomini laureati; nel campo dell’ingegneria le stesse cifre sono 24,6% per gli uomini e 6,6% per le donne.

Ciò a cui si assiste è dunque una chiara segregazione di tipo orizzontale, ovvero riguardante la diversa distribuzione di donne e uomini in differenti settori del mercato del lavoro, che comporta una diversa concentrazione del genere femminile e maschile in determinati ambiti professionali, che generalmente offrono alle prime condizioni economiche e occupazionali peggiori, ma che consentono di distribuire l’impegno femminile anche sul versante familiare extra-lavorativo, alimentando il cosiddetto domestic and care burden (il carico di lavoro domestico e di cura) sulle spalle delle donne. Tale fenomeno di “spartizione” delle carriere, che si verifica ben prima della scelta lavorativa, è rintracciabile già nelle scelte d’istruzione superiore, oltre a quelle universitarie, ed è il risultato di un ambiente sociale intriso di stereotipi di genere che allontanano gradualmente le bambine e le ragazze dalle materie STEM – attraverso il mancato supporto e incoraggiamento dell’ambiente scolastico, della famiglia e della società – e avvicinano contestualmente bambini e ragazzi ad un ambito ritenuto “naturalmente” loro, con il risultato di una segregazione di genere già nella fase di acquisizione delle competenze. La compagine femminile tende, dunque, a essere racchiusa e racchiudersi all’interno di ambiti che riproducono gli stereotipi di genere, che spesso guidano le scelte educative. Non è casuale, infatti, l’altissima percentuale di presenza femminile nei corsi di laurea in educazione e formazione o in quelli di matrice socio-sanitaria, che riproducono professionalmente i compiti di cura dell’ambito domestico, ma il risultato di un percorso disseminato di bias di genere, anche inconsapevolmente interiorizzati e fatti propri.

Come anticipato, il mercato del lavoro STEM, oltre a essere in espansione in risposta ai cambiamenti dovuti alla quarta rivoluzione industriale, è anche caratterizzato da retribuzioni maggiori – ma, pure in questi termini, le differenze di genere persistono. Guardando i dati che ci restituisce il Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, risulta infatti che il tasso di occupazione dei laureati STEM è complessivamente pari all’80,0% un valore più elevato rispetto ai livelli occupazionali osservati per i laureati di secondo livello, con la differenza che questa percentuale per le donne scende al 74,6%, mentre per gli uomini si attesta all’83,9%. Nonostante, quindi, gli elevati livelli occupazionali dei laureati STEM, si confermano le diverse opportunità offerte a donne e uomini, che si traducono in un differenziale occupazionale di genere pari a 9,3 punti percentuali a favore della componente maschile. In particolare, a differenza di quanto osservato sul complesso dei laureati, le laureate STEM sono maggiormente caratterizzate dal lavoro autonomo, raggiungendo il 21,4% a cinque anni dal conseguimento del titolo, con un differenziale pari a +5,1 punti percentuali rispetto agli omologhi maschili. In linea con quanto rilevato nel complesso dei laureati di secondo livello, si conferma la maggior diffusione dei contratti di lavoro a tempo indeterminato tra gli uomini, con un divario di oltre 10 punti percentuali rispetto alle donne. Rispetto al totale dei laureati, chi ha conseguito il titolo in ambito STEM può contare su retribuzioni superiori e, contemporaneamente, su un differenziale retributivo di genere che, a cinque anni dalla laurea, è sì più contenuto, ma ancora visibile; nello specifico, i laureati STEM dichiarano di percepire a cinque anni dalla laurea 1.678 € (+7,9% rispetto al complesso dei laureati), ma, mentre i laureati maschi guadagnano 1.771 €, le donne percepiscono 1.526 €, attestando il pay gap al 16,7% (un differenziale comunque inferiore rispetto al 19,2% medio). L’elevato divario di genere è in parte dovuto, come accade considerando la globalità dei settori, alla maggior quota di donne occupate a tempo parziale: 8,6% rispetto al 2,2% degli uomini a cinque anni dalla laurea. D’altra parte, anche limitando l’analisi ai soli laureati che lavorano a tempo pieno si rileva che le differenze di genere, seppur riducendosi, rimangono elevate, attestandosi al +13,6% a favore degli uomini (valore inferiore rispetto al + 14,3% rilevato sul complesso dei laureati di secondo livello). Guardando, infine, alla trasmissione intergenerazionale del titolo di studio, si rileva che gli uomini ereditano il titolo negli ambiti disciplinari più frequentemente legati alle libere professioni, in particolare se il titolo è posseduto dal padre, mentre le donne ereditano soprattutto titoli in ambito STEM e senza che si rilevino particolari differenze tra padre e madre. L’evidenza per cui le (poche) ragazze STEM seguono la strada tracciata da propri genitori dimostra come l’avvicinamento al mondo scientifico debba essere incoraggiata innanzitutto neutralizzando gli stereotipi di genere e fornendo role models che possano essere d’ispirazione per le giovani.

Per incoraggiare le giovani generazioni di donne a entrare nei settori STEM, è quindi necessario presentare loro dei modelli di riferimento a cui ispirarsi e fornire tutti gli strumenti necessari per avere successo nei percorsi che hanno scelto. Le bambine devono poter entrare in contatto diretto fin dalla giovane età con donne che prima di loro hanno scelto una carriera STEM, per poter familiarizzare con un mondo che, attualmente, vedono ancora troppo distante, attraverso incontri nelle scuole, percorsi di orientamento mirati e visite aziendali, ma non solo: per allargare il campo dell’immaginario è necessaria anche la rappresentazione di personaggi femminili impegnati in ambito scientifico nei racconti per l’infanzia e nella produzione televisiva. Dare visibilità a modelli di ruolo è il primo passo per sradicare pregiudizi basati sul genere che ingabbiano il potenziale delle ragazze. Inoltre, buone pratiche che provengono da diversi atenei italiani devono essere mantenute e potenziate: si pensi a premi di laurea, borse di studio e attività di orientamento specifiche su corsi di studio in discipline STEM specificamente rivolta alle alunne delle scuole superiori da parte delle Università. L’Università di Modena e Reggio Emilia, ad esempio, all’interno del proprio Piano di Eguaglianza di Genere, ha introdotto azioni positive riguardanti l’attivazione di incentivi dedicati alle studentesse STEM per incrementare la loro presenza, come l’istituzione di borse di studio e la riduzione o il rimborso del pagamento dei contributi, da assegnare alle migliori studentesse dei corsi di laurea Triennale e Magistrale dei corsi appartenenti all’area STEM e caratterizzati da un significativo divario di genere.

In conclusione, per poter accogliere efficacemente la sfida postaci dalla Quarta rivoluzione industriale è imprescindibile adottare una lente di genere; seguendo le parole del segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, in occasione della Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, “più donne e giovani scienziate equivalgono ad una scienza migliore. Donne e giovani ragazze hanno la capacità di portare diversità alla ricerca, espandono la cerchia di professionisti della scienza, portando nuove prospettive alla scienza e alla tecnologia, a beneficio di tutti”.

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