Nel Gender Gap Report, uno studio sull’equità di genere nel mercato del lavoro italiano realizzato dall’Osservatorio JobPricing, quest’anno in collaborazione con Spring Professional e IDEM, si analizzano le differenze di genere in Italia, e nel contesto internazionale, analizzando il divario nei livelli di istruzione, nei percorsi di studi scelti, nel mercato del lavoro (comprendendo il gender pay gap), e nei percorsi di carriera. Questi divari, oltre a gravare direttamente sulle donne, comportano danni economici a lungo termine per la società intera.
Premessa
Attraverso la Strategia Nazionale per la Parità di Genere, l’Italia si pone l’obiettivo di guadagnare punti nella classifica del Gender Equality Index e rientrare tra i primi dieci Paesi d’Europa entro dieci anni. I dati riscontrati nel Gender Gap Report 2021 (basati su oltre 500 mila osservazioni qualificate relative a lavoratori del settore privato) ci dicono che il percorso sarà lungo e complesso; vi è infatti un importante divario di partenza che vede l’Italia nelle ultime posizioni tra i Paesi europei per quanto riguarda la condizione delle donne rispetto agli uomini nella dimensione lavorativa, ulteriormente peggiorata dalla pandemia da Covid-19, tanto da parlare di shecession[1]. La causa principale risiede nel fatto che le donne svolgono in generale lavori più precari e meno pagati degli uomini.
Il film di oggi
Analizzando gli indici internazionali, si nota come l’Italia sia in netto svantaggio rispetto ad altri grandi Paesi europei con i quali dovremmo confrontarci. Il Global Gender Gap Report 2021 pubblicato dal World Economic Forum (WEF) posiziona l’Italia al 20° posto tra i Paesi dell’EU-28[2], mentre in base all’indice elaborato dell’EIGE nel 2018 l’Italia si trova al 14° posto. Tuttavia, in entrambi i casi i nostri risultati sono inferiori alla media europea. La dimensione che penalizza particolarmente l’Italia è proprio quella che riguarda il mercato del lavoro; in particolar modo, secondo il WEF, vi è una spiccata disuguaglianza salariale per lavori simili.
Entrando nel merito del divario nel mercato del lavoro italiano, le donne trovano meno lavoro o smettono di cercare lavoro più facilmente degli uomini; occorre sottolineare che il divario aumenta tra le lavoratrici e i lavoratori senza laurea. Un altro tema importante è causato da una concezione della società e della famiglia ancora stereotipata, al punto che si parla di un forte problema culturale di grande squilibrio nei ruoli della coppia: si rileva il permanere di incrostazioni valoriali di tipo tradizionale, che contribuiscono a legittimare il minore coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro a fronte di un maggiore obbligo verso le attività di cura famigliare e della casa. In concreto: il 34% delle donne presenta un orario di lavoro part-time contro il solo 9% degli uomini, contribuendo a generare l’importante differenza di reddito tra i due generi. Lo stesso discorso vale per il lavoro non retribuito (lavoro di cura): in Italia le donne dedicano in media quasi tre ore al giorno in più degli uomini al lavoro di cura.
Non sono più incoraggianti i dati che riguardano i percorsi di carriera. Tra dirigenti, quadri e impiegati, le donne superano gli uomini solamente nella categoria impiegatizia e la situazione è ancor più negativa nel settore privato, in cui solamente il 17% dei dirigenti è donna. Nel settore privato, inoltre, la distribuzione di genere è disomogenea anche tra le funzioni aziendali: è più probabile che le donne diventino dirigenti in funzioni il cui peso relativo per il core business è meno importante. Di conseguenza, nel settore privato, ad esclusione di sanità ed istruzione, il divario calcolato sulla Retribuzione Annua Lorda per il 2020 è dell’11,5% (12,8% se si considera la Retribuzione Globale Annua). Ciò equivale a dire che, lavorando tutto l’anno, gli uomini iniziano a percepire lo stipendio regolarmente dal 1° gennaio, mentre le donne solamente dal 7 febbraio.
Una trama per il domani: consapevolezza e educazione
Per riuscire a centrare l’obiettivo di entrare nella top ten d’Europa entro dieci anni è necessario sviluppare una strategia di intervento.
A questo proposito, IDEM interviene a livello micro, aiutando le aziende a creare consapevolezza riguardo il divario di genere tanto all’interno dell’azienda stessa quanto in comparazione con il mercato di riferimento e proponendo loro un percorso di crescita.
A livello macro ci piace sottolineare l’effetto che avrebbe un convinto investimento nell’educazione. I dati negativi elencati nel paragrafo precedente non sarebbero tali se ci fossero più donne in possesso di titoli STEM[3], che ad oggi rappresentano solamente il 30% circa dei laureati in queste materie. Ciò anche a causa dello stereotipo che vede le donne meno analitiche e logiche e quindi più adatte a studi umanistici, stereotipo facilmente smentito dai dati che vedono le donne conseguire voti di laurea più alti degli uomini in quasi tutte le aree disciplinari.
Se non si accoglie la concezione che le donne siano ugualmente dotate per ruoli che nell’immaginario collettivo sono tipicamente maschili, difficilmente entreremo nella top ten europea penalizzando, inoltre, l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Al contrario, il raggiungimento dell’uguaglianza di genere potrebbe favorire quest’ultimo con conseguenze positive sul tasso di occupazione e sul PIL con aumenti stimati dall’EIGE rispettivamente tra il 2,1% e il 3,5% per il primo, e tra il 6,1% e il 9,6% per il secondo al 2050.
[1] Termine coniato dall’unione delle parole “she” e “recession”, in quanto le donne sono state le più colpite dalla crisi economica causata dalla pandemia.
[2] Comprende i 27 attuali Stati membri dell’Unione Europea e il Regno Unito.
[3] Acronimo dall’inglese Science, Technology, Engineering, e Mathematics.
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Autore: Filippo Damiani
Autrice: Chiara Tasselli
Nel di Team di IDEM Lab esercita principalmente competenze econometriche, di analisi e interpretazione dei dati.