Per raggiungere la parità di genere nell’UE è necessario spostare il piede dal freno all’acceleratore

Condividi

Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter
Share on linkedin
LinkedIn
Share on telegram
Telegram
Share on facebook
Share on linkedin
Share on twitter
Share on telegram

Le raccomandazioni della Corte dei Conti tengono conto dell’impatto positivo provocato da una maggior gender equality sul PIL dei Paesi membri (in Italia si stima un +12%). 

Iscriviti al nostro Webinar

Mettiamo a disposizione una serie di Webinar per chi vuole essere sempre up to date sulla Gender Equality nei luoghi di lavoro.

Iscriviti al nostro Webinar

Mettiamo a disposizione una serie di Webinar per chi vuole essere sempre up to date sulla Gender Equality nei luoghi di lavoro.

Framework teorico

La Corte dei Conti ha recentemente valutato l’operato della Commissione Europea, con una relazione speciale dal titolo “Integrazione della dimensione di genere nel bilancio dell’UE: è tempo di tradurre le parole in azione

Come definito dalla stessa Commissione Europea nel 1996, “Integrare la dimensione di genere” significa mobilitare tutte le politiche e le misure generali allo scopo di conseguire la parità di genere promuovendo attivamente la par condicio tra uomini e donne. La Corte dei conti europea ha però dovuto riconoscere che le azioni poste in campo dal 2014 ad oggi per integrare la dimensione di genere nel bilancio dell’Unione Europea non hanno ancora prodotto risultati pienamente soddisfacenti. 

Sicuramente la pandemia – con le sue sbilanciate conseguenze di genere – ha ulteriormente rallentato un processo già in evidente ritardo sugli obiettivi prefissati inerenti alla riduzione del divario di genere.

A monte di questa impasse probabilmente vi è la poca attenzione volta all’analisi di genere e il ruolo marginale dato agli indicatori, che invece potrebbero misurare il livello di parità raggiunto nei vari ambiti[1]. La Commissione, d’altronde, non dispone ancora di un quadro pienamente efficace per sostenere l’integrazione della dimensione di genere nel bilancio dell’UE o indicatori condivisi. Questo è sicuramente un limite, perché nei Paesi e settori in cui i requisiti giuridici sono stati definiti in dettaglio e valutati, l’integrazione della dimensione di genere nei programmi è stata agevolata.

Ecco perché il giudizio della Corte dei conti è stato altresì accompagnato da proposte di perfezionamento proattivo, sintetizzate in 6 raccomandazioni: tutte pienamente (o parzialmente) accolte dalla Commissione.

La maggior parte di queste raccomandazioni (nello specifico: 2. svolgere analisi di genere; 3. raccogliere e analizzare dati disaggregati per genere; 4. utilizzare obiettivi e indicatori legati al genere; 5. migliorare la comunicazione sulla parità di genere) sono famigliari a IDEM tanto quasi da ricalcare il suo processo di audit. IDEM, condividendo tanto la necessità di mettere in campo tutte le misure necessarie per raggiungere la parità di genere quanto l’importanza di poterne stimare progressi e benefici, si è dotata di un rigoroso sistema di valutazione e monitoraggio per perseguire lo scopo della gender equality, partendo dal contesto aziendale per dare il suo contributo al raggiungimento della parità di genere nell’intera comunità.

Le raccomandazioni elaborate dalla Corte dei Conti non si basano su meri concetti astratti, ma tengono conto delle evidenze empiriche circa l’impatto positivo provocato da una maggior gender equality sul PIL dei Paesi membri: di fatto è stimato che l’Italia – tra i paesi ad impatto elevato[2] – beneficerebbe di un incremento del PIL di circa il 12% entro il 2050.

È quindi importante continuare a sottolineare come la necessità di raggiungere una maggior equità di genere non sia unicamente guidata da principi etici e di uguaglianza, ma alla base vi siano valutazioni concrete, con riscontri in termini utilitaristici e di efficienza di cui non beneficerebbero esclusivamente le donne, ma l’intera società.

Principio verificato non solo quando si parla di contesto comunitario, ma anche all’interno della realtà aziendale privata che, nel suo piccolo, potrebbe trarre grande beneficio da una diminuzione delle disparità di genere.

[1] La Corte ha rilevato che solo quattro programmi di spesa su 58 per il periodo 2014-2020 includevano esplicitamente, fra i propri obiettivi, la promozione della parità di genere e che solo cinque programmi di spesa disponevano di indicatori relativi al genere.

[2] Come Paesi ad impatto elevato vengono definiti quei Paesi che trarrebbero maggior beneficio da misure volte alla parità di genere, vedi figura 1

Figura 1 – Impatto del miglioramento della parità di genere sul PIL degli Stati membri dell’UE nel 2050

Fonte: EIGE, Economic Benefits of Gender Equality in the European Union. Nell’indice sull’uguaglianza di genere pubblicato dall’EIGE, gli Stati membri sono stati raggruppati in base al loro livello di parità di genere nel settore del lavoro. Gli impatti stimati consistono in un aumento del PIL compreso fra il 12 % circa entro il 2050 (“impatto elevato”) e il 4 % circa (“impatto basso”).

La tua opinione è importante!

Partecipa alla nostra Survey per aiutarci ad apprendere meglio la situazione nel mondo aziendale sull'argomento della Gender Equality

La tua opinione è importante!

Partecipa alla nostra Survey per aiutarci ad apprendere meglio la situazione nel mondo aziendale sull'argomento della Gender Equality

Autore: Filippo Damiani

Dottorando del 34° ciclo in “Lavoro, Sviluppo e Innovazione” presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e presso la Fondazione Marco Biagi, con la quale partecipa a diverse attività di terza missione. Nelle sue ricerche si interessa ai temi inerenti all’innovazione regionale e alle politiche europee dello sviluppo con particolare attenzione alla prospettiva di genere. È inserito in un programma di co-tutela nel Dottorato in “Ciencias sociales – igualdad de género” presso la “Universidad Pablo de Olavide” a Siviglia (Spagna).

Autrice: Chiara Tasselli

Dopo un anno di ricerca presso il Centro Analisi Politiche Pubbliche (Capp), attualmente frequenta il corso di Dottorato in Lavoro, Sviluppo e Innovazione. Il suo progetto si pone come macro-obiettivo lo studio verticale del capitale umano con un’attenzione particolare ai differenziali di genere e implicazioni sul mercato del lavoro. Trasversalmente ricopre il ruolo di esercitatrice e tutor di macroeconomia per corsi di laurea del dipartimento di Economia “Marco Biagi”.
Nel di Team di IDEM Lab esercita principalmente competenze econometriche, di analisi e interpretazione dei dati.

Condividi

Share on facebook
Facebook
Share on twitter
Twitter
Share on linkedin
LinkedIn
Share on telegram
Telegram
Share on facebook
Share on linkedin
Share on twitter
Share on telegram