EIGE Gender Equality Index 2025

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La parità di genere è inserita tra i principali obiettivi da tutte le principali istituzioni internazionali, come ONU e Unione Europea, e nazionali, basti pensare al fatto che la parità di genere è uno dei tre obiettivi trasversali del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. IDEM nasce nel 2020 con la missione di dare un contributo effettivo alla riduzione delle diseguaglianze di genere nelle organizzazioni, attraverso l’IDEM Index, una metrica specifica, scientificamente validata, in grado di rappresentare il livello effettivo di gender equality.

Alcuni dati sulla parità di genere nel mondo del lavoro

Il Gender Equality Index 2025, elaborato dall’EIGE – European Institute for Gender Equality, misura il livello di uguaglianza tra donne e uomini nei Paesi dell’Unione Europea. L’indice consente di confrontare gli Stati membri a partire dal 2010 e di valutare l’evoluzione della parità di genere nel tempo. Non si limita ad analizzare la condizione femminile, ma considera le differenze tra donne e uomini, mettendo in evidenza gli squilibri che favoriscono l’uno o l’altro genere.

L’indice si basa su dati statistici affidabili e comparabili, raccolti da Eurostat, dall’EHIS (Indagine europea sulla salute) e dallo stesso EIGE. Il punteggio varia da 0 a 100, dove 100 rappresenta la piena parità di genere, ed è costruito su sei dimensioni fondamentali: lavoro, reddito, istruzione, tempo, potere e salute. Il Gender Equality Index include inoltre analisi sulla violenza contro le donne e sulle disuguaglianze intersezionali[1], configurandosi come uno strumento di riferimento per l’orientamento delle politiche europee in materia di uguaglianza di genere.

L’edizione 2025 introduce cambiamenti rilevanti nella metodologia, pensati per rispondere all’evoluzione dei contesti politici e sociali e alla maggiore disponibilità di dati. Per garantire la comparabilità nel tempo, i valori degli anni precedenti sono stati ricalcolati sulla base della nuova metodologia: di conseguenza, i confronti sono validi solo all’interno della nuova serie storica e non rispetto ai dati pubblicati con il metodo utilizzato fino alla scorsa edizione.

In questa nuova variante, il numero delle dimensioni rimane invariato, mentre diminuisce il numero delle sottodimensioni (da 14 a 13) e degli indicatori (da 31 a 27). La principale novità riguarda però la sostituzione di alcuni indicatori ritenuti obsoleti con nuovi indicatori più aderenti alle attuali dinamiche socio-economiche (Tabella 1). Particolarmente rilevante è l’introduzione di misure che considerano il divario nei lavori a bassa retribuzione, il gender pay gap rispetto al partner e il divario di genere nelle pensioni.

Tabella 1 – Vecchi e nuovi indicatori inseriti all’interno del Gender Equality Index di EIGE

Dimensione

Vecchio indicatore

Nuovo indicatore

Lavoro

Possibilità di prendersi un’ora o due di pausa durante l’orario di lavoro per occuparsi di questioni personali o familiari

% donne Manager e % uomini Manager

Lavoro

Career Prospect Index

Lavoratori/trici a bassa retribuzione

Reddito

Reddito netto equivalente medio

Gender pay gap nelle pensioni

Reddito

Quota di uomini e donne nel primo e nell’ultimo quintile di reddito

Rapporto mediano rispetto ai guadagni del partner

Istruzione

Persone che partecipano a programmi di istruzione e formazione formali o non formali

Persone che hanno completato percorsi di istruzione e formazione professionale post-obbligo, acquisendo qualifiche pratiche e competenze specifiche per l’accesso diretto al mondo del lavoro o a studi superiori professionalizzanti

Potere

Quota dei membri del Consiglio di amministrazione della Banca centrale

Eliminato

Potere

Quota dei membri del Consiglio di amministrazione delle organizzazioni che finanziano la ricerca

Eliminato

Potere

Quota dei membri del Consiglio di amministrazione nelle emittenti radiotelevisive di proprietà pubblica

Eliminato

Al vertice della classifica del Gender Equality Index 2025 si colloca la Svezia, seguita da Francia e Danimarca. Degno di nota è il quarto posto della Spagna, che si conferma l’unico Paese dell’Europa meridionale a ottenere risultati nettamente superiori alla media europea, grazie a riforme strutturali a sostegno dell’occupazione femminile e della conciliazione tra vita lavorativa e privata, avviate da tempo e costantemente rafforzate.

L’Italia si posiziona al dodicesimo posto, con un punteggio complessivo inferiore alla media UE. Confrontando i risultati del 2025 con le simulazioni EIGE sui dati del 2020, 2015 e 2010, emerge che la crescita maggiore nei risultati è stata conseguita da:

  • Italia, Irlanda e Spagna negli ultimi 15 anni;
  • Irlanda, Spagna e Malta negli ultimi 10 anni;
  • Malta, Irlanda e Lituania negli ultimi 5 anni.

L’Italia risulta quindi il Paese con il maggior miglioramento nel lungo periodo, ma con un evidente rallentamento recente: settima per crescita negli ultimi 10 anni e quindicesima negli ultimi 5. Nel complesso, dal 2010 l’UE ha compiuto progressi costanti verso la parità di genere e le disparità tra Stati membri si sono progressivamente ridotte, con una convergenza media annua dei punteggi pari al 25%.

Le Figure 1, 2 e 3 sintetizzano la posizione dell’Italia rispetto alla media UE e alla media dei cinque Paesi europei con almeno 20 milioni di abitanti (Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia).

[1] Su questo tema non sono ancora disponibili dati relativi all’Italia.

Figura 1 – Punteggio e ranking dell’Italia a confronto con la media dei Paesi UE per dimensione

Figura 2 – Gap dell’Italia a confronto con i Paesi UE per dimensione

Nel complesso, l’Italia si colloca al di sotto della media europea in quasi tutte le dimensioni, con le sole eccezioni della salute (di poco) e del potere (in modo significativo). Tuttavia, nel confronto con i cinque Paesi più popolosi dell’UE, il divario si amplia e anche la dimensione del potere mostra una performance inferiore.

Le criticità maggiori riguardano lavoro (ultimo posto), reddito (terzultimo) e tempo.

Figura 3 – Punteggio, ranking dell’Italia e confronto con gli altri Paesi UE per sottodimensione

L’Italia occupa l’ultimo posto in Europa in due indicatori chiave: partecipazione al mercato del lavoro e situazione economica. Il divario occupazionale tra uomini e donne nella fascia 15-89 anni è pari a 20 punti percentuali, contro una media UE di 15, con un tasso di occupazione femminile fermo al 33% (44% in Europa). Anche il gap nella durata della vita lavorativa è il più elevato dell’UE: 9 anni in Italia contro una media europea di 4.

Particolarmente allarmante è il dato relativo alla povertà lavorativa femminile: il 20% delle donne occupate si trova sotto la soglia di povertà, rispetto a una media UE del 15,6%. Peggio dell’Italia fanno solo Lituania e Malta. Sul fronte dell’istruzione, preoccupa la bassa percentuale di donne laureate tra i 30 e i 34 anni (37,9% contro il 50,2% europeo), con risultati peggiori solo in Romania. Nel potere politico, infine, la presenza femminile nei ruoli apicali si attesta intorno al 30%, contro circa il 40% negli altri grandi Paesi europei.

I punti di forza dell’Italia emergono invece nella segregazione nell’istruzione e nel potere economico, ambiti in cui il Paese si colloca al secondo posto europeo. È però un “punto di forza” solo relativo: l’Italia fa meglio della media europea, che resta comunque molto bassa, più che eccellere davvero. Nel primo caso, l’indicatore misura la distribuzione di uomini e donne tra i diversi ambiti disciplinari; nel secondo, la quota di donne nei Consigli di amministrazione delle principali aziende quotate. Su quest’ultimo aspetto va inoltre ricordato che l’Italia è tra i Paesi che hanno introdotto quote di genere, dimostratesi efficaci nel ridurre il divario di rappresentatività anche se questo non porta automaticamente ad un potere effettivo all’interno degli organi decisionali.

In conclusione, il Gender Equality Index 2025 evidenzia un’Unione Europea in progressivo avanzamento verso la parità di genere, ma con divari ancora marcati tra i Paesi. Nel caso italiano, i miglioramenti registrati nel lungo periodo non si traducono in un percorso di crescita stabile e continuativo, mettendo in luce la fragilità dei risultati conseguiti. Le principali criticità restano concentrate nella dimensione del lavoro: l’accesso delle donne al mercato occupazionale, pur in aumento, rimane significativamente inferiore alla media europea. A questo si affianca una dinamica particolarmente allarmante legata alla povertà lavorativa: nonostante l’incremento dell’occupazione, in Italia una donna su cinque percepisce un reddito netto da lavoro inferiore al 60% del reddito mediano nazionale, segnalando una diffusione crescente di lavoro povero anche tra le occupate. Nel complesso, il quadro delineato dall’indice suggerisce che, senza un rafforzamento deciso e coerente delle politiche su lavoro, redditi e qualità dell’occupazione, il rischio per l’Italia è quello di una stagnazione nel percorso verso il raggiungimento della parità di genere, con effetti duraturi non solo sulle donne, ma sull’intero sviluppo economico e sociale del Paese.

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