La parità di genere è inserita tra i principali obiettivi da tutte le principali istituzioni internazionali, come ONU e Unione Europea, e nazionali, basti pensare al fatto che la parità di genere è uno dei tre obiettivi trasversali del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. IDEM nasce nel 2020 con la missione di dare un contributo effettivo alla riduzione delle diseguaglianze di genere nelle organizzazioni, attraverso l’IDEM Index, una metrica specifica, scientificamente validata, in grado di rappresentare il livello effettivo di gender equality.
Alcuni dati sulla parità di genere nel mondo del lavoro
La povertà rappresenta una delle sfide più rilevanti e persistenti per il sistema di welfare italiano, come dimostrano le evidenze statistiche più recenti, che delineano un quadro strutturalmente critico e in progressivo deterioramento. Secondo quanto riportato dal Rapporto Annuale Istat 2025, nel 2023 oltre 2,2 milioni di famiglie risultavano in condizione di povertà assoluta, pari all’8,5% del totale, mentre gli individui coinvolti superavano i 5,7 milioni, quasi il 10% della popolazione residente. Sebbene questi dati si mantengano sostanzialmente stabili rispetto all’anno precedente, il confronto con il decennio passato evidenzia un peggioramento significativo della condizione italiana, aggravata dall’inflazione, dalla stagnazione salariale e da una ripresa economica diseguale. Dal 2014, infatti, l’incidenza della povertà assoluta è aumentata di 2,2 punti percentuali a livello familiare e di 2,8 punti a livello individuale. La soglia di povertà assoluta, come noto, è definita sulla base del valore monetario di un paniere di beni e servizi considerati essenziali per una vita dignitosa, che varia in funzione della composizione familiare, dell’area geografica e della dimensione demografica del comune di residenza. Tuttavia, l’adozione esclusiva del reddito familiare come indicatore principale per l’identificazione della povertà presenta limiti rilevanti, poiché non considera le disuguaglianze esistenti nella distribuzione interna delle risorse. In particolare, il fenomeno della povertà femminile risulta sistematicamente sottovalutato da questo approccio, il quale assume un’equa ripartizione del reddito tra tutti i componenti del nucleo familiare. Tale assunzione è spesso infondata: studi consolidati, tra cui dossier “la povertà delle donne in Italia: la ricerca, i dati, le metodologie di analisi” redatto dalla Commissione di indagine sull’esclusione sociale del Dipartimento per gli Affari sociali già all’inizio degli anni 2000, hanno evidenziato come le donne, all’interno delle famiglie, abbiano un accesso mediamente inferiore alle risorse economiche rispetto agli uomini, configurando situazioni di povertà individuale che rimangono invisibili alle metriche ufficiali. In altri termini, vi sono donne che, pur vivendo in famiglie formalmente sopra la soglia di povertà, sperimentano condizioni di deprivazione economica, dipendenza finanziaria e vulnerabilità sociale. L’adozione di metodi tradizionali di rilevazione tende quindi a sottostimare la povertà femminile e, al contrario, a sovrastimare quella maschile, fornendo una rappresentazione distorta e parziale del fenomeno.
Questa forma di povertà viene spesso definita “povertà invisibile”, poiché è radicata in fattori strutturali, sociali e culturali che riguardano il ruolo subordinato attribuito alle donne nella società e nella famiglia. La letteratura scientifica ricorre alla metafora delle “sabbie mobili” per descrivere questa condizione: una situazione da cui è più difficile uscire, non solo per la carenza di risorse materiali, ma anche per l’assenza di opportunità reali di mobilità sociale e autonomia. A tale aspetto si aggiunge il persistente divario di genere nel mercato del lavoro, che incide direttamente sulle possibilità di emancipazione economica delle donne. Secondo le rilevazioni Istat, nel 2024 il tasso di occupazione femminile si attesta attorno 53,5%, contro il 71,1% degli uomini, con una forte polarizzazione territoriale e una prevalente concentrazione dell’occupazione femminile in settori a bassa qualificazione e bassa remunerazione. A ciò si somma la penalizzazione dovuta ai carichi di cura non retribuiti e alle interruzioni di carriera, che compromettono la stabilità lavorativa e la capacità di accumulazione patrimoniale.
Tra le categorie più esposte spiccano le madri sole, che affrontano un rischio di povertà decisamente più elevato: nel 2024, il 41,3% delle mamme sole con figli o figlie sotto i 16 anni si trova in condizioni di rischio economico, contro il 27,6% dei padri nella stessa situazione. Nonostante questa chiara vulnerabilità, gli strumenti di contrasto alla povertà implementati negli ultimi anni, in particolare il Reddito di cittadinanza e il successivo Assegno di inclusione, si sono basati su un modello familista del welfare che non è stato in grado di cogliere le disuguaglianze all’interno dei nuclei familiari, escludendo forme di sostegno economico individualizzate e sensibili al genere. Questa impostazione ha contribuito a rendere invisibile la povertà femminile, trascurando le dinamiche relazionali, le asimmetrie di potere e le forme di controllo economico che possono caratterizzare i rapporti all’interno delle famiglie. In tale contesto, emerge anche il legame strutturale che c’è tra povertà economica e violenza di genere: la dipendenza economica costituisce uno dei principali fattori che impediscono alle donne di uscire da relazioni abusive, come evidenziato nei rapporti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e nelle indagini Istat sulla violenza domestica. Come risposta istituzionale, nel 2020 è stato introdotto il Reddito di Libertà, una misura destinata alle donne vittime di violenza in uscita da percorsi di protezione attivati tramite Centri antiviolenza, con l’obiettivo di supportare il loro percorso di autonomia. Finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità, e recentemente inserito come proposta di rifinanziamento nella Legge di Bilancio 2026, il Reddito di Libertà prevede un contributo massimo di 500 euro mensili per 12 mesi, erogabile una sola volta e subordinato alla presentazione di specifica documentazione. Sebbene rappresenti un segnale importante di riconoscimento del nesso tra violenza e povertà, la misura presenta limiti evidenti: è temporanea, non strutturale e la platea delle beneficiarie è estremamente limitata. Alla luce delle risorse attualmente stanziate dallo Stato e, in modo sporadico e volontario, dalle Regioni, si stima che sia possibile supportare circa 2.000 beneficiarie. Un numero nettamente insufficiente se si considera che, solo nel 2024, quasi 24.000 donne si sono rivolte ai centri antiviolenza, secondo i dati diffusi da D.i.Re, Donne in rete contro la violenza. Inoltre, un intervento di questo tipo si attiva in una fase già avanzata della vulnerabilità, senza agire in modo preventivo o sistemico sulle cause profonde della povertà femminile e della dipendenza economica. Alla luce di questa complessità, risulta indispensabile ripensare le politiche di contrasto alla povertà da una prospettiva di genere, superando la logica familista e riconoscendo l’autonomia economica delle donne come diritto fondamentale. Una proposta in questa direzione potrebbe essere l’introduzione di un “reddito di autonomia”, strutturato su base individuale, cumulabile con altri strumenti di welfare, e destinato a donne disoccupate, sottoccupate, madri sole o in uscita dal mercato del lavoro per motivi di cura. Questo intervento dovrebbe essere integrato con servizi di formazione professionale, orientamento al lavoro, accesso a servizi educativi e sociali, e accompagnato da un sistema di monitoraggio dell’impatto di genere che permetta di valutare l’efficacia delle misure e correggerne gli effetti distorsivi. Solo attraverso un approccio multidimensionale, fondato su dati disaggregati per genere, e orientato alla rimozione degli ostacoli strutturali all’autonomia femminile, sarà possibile contrastare efficacemente la povertà invisibile che continua a colpire in modo sproporzionato le donne in Italia, compromettendo non solo la loro libertà individuale ma anche la coesione e la giustizia sociale dell’intero Paese.