La parità di genere è inserita tra i principali obiettivi da tutte le principali istituzioni internazionali, come ONU e Unione Europea, e nazionali, basti pensare al fatto che la parità di genere è uno dei tre obiettivi trasversali del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. IDEM nasce nel 2020 con la missione di dare un contributo effettivo alla riduzione delle diseguaglianze di genere nelle organizzazioni, attraverso l’IDEM Index, una metrica specifica, scientificamente validata, in grado di rappresentare il livello effettivo di gender equality.
Alcuni dati sulla parità di genere nel mondo del lavoro
L’estate è spesso sinonimo di vacanze, ma anche di grandi manifestazioni sportive internazionali. Si sono appena conclusi i Mondiali di Volley femminile dove la nostra Nazionale, già oro olimpico a Parigi 2024, ha trionfato guidata dall’allenatore plurititolato Julio Velasco. Le azzurre non perdono una partita da 36 gare consecutive e quest’anno hanno conquistato il pubblico grazie a uno straordinario gioco di squadra e a una determinazione incrollabile, prima battendo la fortissima corazzata del Brasile e poi la Turchia in finale al tie-break. Un’estate in cui lo sport femminile aveva già catalizzato l’attenzione del pubblico grazie ad un altro grande evento: l’Europeo di calcio femminile disputato in Svizzera tra giugno e luglio. La Nazionale italiana ha compiuto un percorso eccezionale, raggiungendo la semifinale e arrendendosi solo nei minuti finali dei tempi supplementari contro l’Inghilterra, campionessa in carica e favorita alla vittoria. Il risultato sportivo è stato accompagnato da una crescita significativa in termini di seguito mediatico: la semifinale tra Italia e Inghilterra, trasmessa in prima serata su Rai 1, ha superato i 4 milioni di telespettatori, un dato paragonabile a quello registrato per la storica vittoria di Jannik Sinner a Wimbledon. Come ha sottolineato il Commissario tecnico delle azzurre Andrea Soncin, durante la cerimonia di accoglienza al Quirinale, questa avventura non è stata soltanto un successo sportivo, ma una vera e propria “campagna culturale”, capace di accendere i riflettori sul calcio femminile e di offrire nuove prospettive a migliaia di bambine che aspirano a intraprendere questo percorso. Un segnale significativo è arrivato anche dall’uso consapevole del linguaggio: Soncin, in tutti i suoi interventi pubblici, ha adottato il femminile sovraesteso, in linea con le regole grammaticali dell’italiano, per riferirsi all’intero gruppo squadra di cui egli stesso fa parte, sottolineando così la prevalenza femminile e lanciando un messaggio di attenzione e rispetto verso la parità di genere.
Negli ultimi anni, il movimento calcistico femminile in Italia ha conosciuto un’espansione costante: le tesserate sono passate dalle circa 20.000 del 2010 alle 45.000 del 2024, superando oggi, con ogni probabilità, le 50.000 unità, un dato che segnala una trasformazione strutturale. Il vero spartiacque si è registrato nel 2019, quando la Nazionale femminile tornò ai Mondiali dopo vent’anni di assenza, arrivando fino ai quarti di finale. L’eccezionale impresa sportiva fu anche capace di ampliare in maniera significativa il pubblico e di rafforzare la legittimazione del calcio femminile in Italia. In quel contesto maturò il percorso che ha portato, il 1° luglio 2022, al riconoscimento del professionismo per la Serie A femminile. La riforma ha introdotto tutele fondamentali per le calciatrici: contratti di lavoro regolari, copertura previdenziale tramite il Fondo pensione sportivi professionisti, assicurazioni, diritti di maternità e sanità integrativa, segnando un cambiamento radicale rispetto al passato, quando era sufficiente un semplice tesseramento privo di reali garanzie.
Non tutti gli sport hanno seguito la stessa traiettoria: ad oggi, in Italia, oltre al calcio femminile, solo il golf vanta formalmente lo status di professionismo tra le discipline femminili, mentre nel maschile sono inclusi anche ciclismo e basket. La conseguenza è evidente: atlete di altissimo livello, comprese campionesse olimpiche, continuano a essere contrattualizzate come “dilettanti” con rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, che non garantiscono le tutele tipiche del lavoro subordinato. La Riforma dello Sport, entrata pienamente in vigore dal 1° luglio 2023, ha cercato di colmare in parte questo vuoto, introducendo un riconoscimento giuridico al lavoro sportivo e rendendo più sicuri i rapporti tra atlete e atleti e società, estendendo pensione, assicurazione, disoccupazione e contratti chiari anche a molte e molti dilettanti retribuiti. La riforma ha inoltre distinto con chiarezza tra volontariato sportivo e lavoro retribuito, individuando tre tipologie contrattuali: subordinato, soprattutto per il professionismo; co.co.co., tipico del dilettantismo, con soglie temporali fino a 24 ore settimanali; e autonomo, sia occasionale che con Partita IVA. Tuttavia, è evidente che le garanzie più solide restano legate al lavoro subordinato e quindi solo alle discipline che ammettono il professionismo.
In questo contesto normativo ancora incompleto, episodi come quello accaduto a luglio di quest’anno – quando una pallavolista di Serie A2 è stata esclusa dalla squadra perché incinta – hanno riportato all’attenzione pubblica le lacune ancora esistenti sul piano delle tutele. Pur non trattandosi tecnicamente di un licenziamento in senso giuridico, l’episodio ha evidenziato la vulnerabilità contrattuale delle atlete, soprattutto in assenza di una regolamentazione collettiva adeguata che garantisca il diritto alla maternità. Già nel 2019 un altro caso, quello della pallavolista Lara Lugli, aveva acceso il dibattito: rimasta incinta durante la stagione, la giocatrice fu accusata dal club di aver arrecato danni economici per non aver dichiarato la volontà di avere figli, una vicenda che arrivò sulle pagine del New York Times e del Guardian. Nonostante i progressi normativi, senza un contratto collettivo nazionale che stabilisca standard minimi, la forza contrattuale delle singole atlete rimane diseguale, creando profonde disparità tra campionesse affermate e giocatrici meno conosciute, alimentando un sistema in cui la maternità resta ancora un fattore di discriminazione.
Per far fronte a queste criticità, nel 2018 è stato introdotto il “Bonus Maternità Atlete”, un fondo statale che riconosce, a determinate condizioni, un contributo mensile di 1.000 euro per un massimo di 12 mesi alle atlete non professioniste che interrompono l’attività agonistica a causa della gravidanza. Alcune federazioni hanno previsto misure integrative: la Federazione Italiana Pallavolo, ad esempio, ha istituito un ulteriore contributo di 500 euro mensili per le atlete dei campionati di Serie A e B. Sebbene rappresentino un passo avanti, si tratta di interventi temporanei e frammentati, che non possono sostituire una riforma strutturale in grado di estendere lo status di professionismo e le relative tutele a un numero più ampio di discipline. L’ostacolo principale resta di natura economica e mediatica: la minore visibilità dello sport femminile e i più limitati introiti commerciali rendono difficile per molte federazioni sostenere i costi di un sistema pienamente professionistico.
Questo squilibrio, tuttavia, non è solo italiano, ma riflette una disuguaglianza globale che si manifesta soprattutto sul piano salariale. Nel basket, ad esempio, una giocatrice della WNBA guadagna in media circa 120.000 dollari, contro gli oltre 9 milioni di un atleta NBA. Anche le stelle più affermate, come Breanna Stewart e A’ja Wilson, percepiscono compensi nettamente inferiori rispetto a colleghi maschi meno titolati. Il tennis rappresenta una parziale eccezione: i tornei del Grande Slam garantiscono parità di premi dal 2007, ma negli altri circuiti, e soprattutto nelle sponsorizzazioni, la disparità resta marcata. Si stima infatti che il montepremi complessivo del circuito maschile sia ancora superiore di circa il 75% rispetto a quello femminile, una sproporzione più volte denunciato da Serena Williams, che nonostante il proprio dominio sportivo ha visto compensi molto inferiori a quelli di colleghi come Djokovic, Federer e Nadal. Anche agli Internazionali di Roma la disparità è emersa con chiarezza: nel 2024, nonostante i successi delle atlete italiane in singolare e in doppio, i premi sono rimasti diseguali e Carlos Alcaraz ha percepito oltre 100.000 euro in più di Jasmine Paolini. E questo, nonostante già nel 2021 la Federazione avesse preso l’impegno di equiparare entro tre anni l’importo dei premi.
Accanto ai nodi economici e normativi, permane una questione profondamente culturale: la marginalità femminile nei luoghi decisionali dello sport. La limitata presenza di donne nei ruoli dirigenziali delle federazioni e nei comitati organizzativi delle grandi manifestazioni è emersa con chiarezza anche alle Olimpiadi di Parigi 2024. Se da un lato è stato raggiunto per la prima volta il pieno equilibrio numerico tra atleti e atlete, dall’altro il divario nella governance è apparso ancora evidente. Senza una rappresentanza femminile significativa nei processi decisionali sarà difficile affrontare in modo sistemico i temi del professionismo, delle tutele e della parità di opportunità.
Il percorso verso la piena equità è avviato, ma ancora lontano dal compimento: successi come quelli della Nazionale di calcio e pallavolo o delle tante campionesse olimpiche dimostrano che le atlete possiedono pienamente le capacità per emergere sul palcoscenico internazionale. Ciò che ancora manca è un adeguato riconoscimento istituzionale, contrattuale e culturale all’altezza del loro valore. Investire nello sport femminile non significa solo colmare un divario di genere, ma anche valorizzare un patrimonio sociale ed economico di straordinaria rilevanza, capace di generare benefici concreti in termini di partecipazione, inclusione e competitività internazionale.