Il 16 settembre 2026 è stata pubblicata dal World Economic Forum la ventesima edizione del Global Gender Gap Report. L’edizione di quest’anno ha incluso 145 Paesi, analizzando quattordici indicatori suddivisi in quattro dimensioni fondamentali: partecipazione economica e opportunità, livello di istruzione, salute e sopravvivenza, empowerment politico. Rispetto al 2025 rientrano nel report Malawi e Qatar, mentre per mancanza di dati escono Etiopia, Guinea, Nicaragua, Sudan e Uganda, a conferma che la copertura geografica dello studio rimane dinamica, ma anche discontinua.
A vent’anni dalla prima edizione, il divario di genere globale risulta colmato al 69,2%, con un progresso di 0,4 punti percentuali rispetto al 2025. Al ritmo attuale serviranno ancora 120 anni per raggiungere la piena parità (erano 123 lo scorso anno): un miglioramento che resta lontanissimo da un orizzonte temporale accettabile. Il bilancio del ventennio aiuta a leggere il dato: tra i 97 Paesi presenti in tutte le edizioni il punteggio è passato dal 64,2% del 2006 al 69,4% di oggi, ma i progressi si sono concentrati nel primo decennio. Nessun Paese ha ancora raggiunto la parità: l’Islanda guida la classifica per il diciassettesimo anno consecutivo (93%) e sette dei primi dieci Paesi sono europei. L’Italia sale dall’85° all’83° posto, ma il progresso va letto con cautela: ha superato Emirati Arabi Uniti, Perù, Vietnam e Zambia, è stata sorpassata da Cechia, Gabon, Ghana, Kenya e Macedonia del Nord, e parte del recupero si deve all’uscita dal report di tre Paesi che la precedevano (Etiopia, Nicaragua e Uganda).
A livello territoriale, l’Europa torna in testa alle macro-regioni con il 75,7% del divario colmato (+0,6 punti), superando l’America del Nord (75,2%), che arretra soprattutto per il calo della presenza femminile nei governi. Seguono America Latina e Caraibi (74,5%), la regione che accelera di più (per loro mancano 60 anni alla parità, contro i 70 dell’Europa), mentre chiudono la classifica Asia meridionale (64,5%) e Medio Oriente e Nord Africa (62,5%).
L’analisi per dimensioni conferma un quadro a due velocità. Livello di istruzione e salute e sopravvivenza sono vicine alla parità, rispettivamente al 96,9% (+1,8 punti) e al 96,2%. La partecipazione economica e opportunità si ferma invece al 61,7% (+0,7): le barriere maggiori riguardano la progressione di carriera. Secondo i dati LinkedIn analizzati nel report, la presenza femminile si dimezza salendo nella gerarchia aziendale, dal 46% delle posizioni d’ingresso al 23% dei vertici, e la genitorialità pesa quasi solo sulle donne: tra chi segnala un’interruzione di carriera, il 26,5% delle donne lo fa per dedicarsi a tempo pieno ai figli, contro il 6,0% degli uomini, e al rientro le donne avanzano più lentamente (a tre anni dal ritorno è stato promosso il 7,2% delle donne contro il 10,0% degli uomini). L’empowerment politico è l’unica dimensione in arretramento: il divario colmato scende dal 22,9% al 22,1% e, al ritmo attuale, servirebbero 194 anni per colmarlo.
Considerando i 40 Paesi europei (compresi tutti i 27 Stati membri dell’Unione Europea), si passa dal primo posto a livello mondiale dell’Islanda al 126° posto della Turchia. L’Italia scende dal 35° al 37° posto in Europa, superata da Cechia e Macedonia del Nord, e ormai precede soltanto Ungheria, Romania e Turchia (Figura 1); anche tra le 53 economie ad alto reddito incluse nel report si colloca appena al 42° posto.
Figura 1 – Global Gender Gap Index 2026 nei 40 Paesi europei
Nelle Tabelle 1 e 2 sono riportati nel dettaglio i risultati del nostro Paese nelle quattro dimensioni che compongono l’indice (Tabella 1) e nei quattordici indicatori complessivi (Tabella 2) in termini di piazzamento di ranking sia a livello di UE che a livello europeo; tra parentesi è indicata la variazione rispetto al 2025.
Tabella 1 – Performance dell’Italia per dimensione
1dato non disponibile per la Bielorussia
2in tutti i 26 Paesi dell’Unione Europea, a parte la Bulgaria, il gap nel tasso di alfabetizzazione è chiuso
3dato non disponibile per Croazia e Lituania
4dato non disponibile, oltre che per Croazia e Lituania, nemmeno per la Moldova
5in tutti i 40 Paesi europei (fatta eccezione per l’Ucraina) il gap nel tasso di iscrizione al livello di istruzione terziaria è chiuso
I dati mostrano un quadro a luci e ombre. L’Italia migliora la propria posizione globale in tre dimensioni su quattro: livello di istruzione (dal 51° al 46° posto), salute e sopravvivenza (dall’89° all’87°) ed empowerment politico (dal 65° al 61°). Peggiora invece, ancora una volta, la partecipazione economica e opportunità: l’Italia scivola dal 117° al 121° posto, è ultima nell’Unione Europea e penultima in Europa, davanti alla sola Turchia (Tabella 3). L’indicatore più critico è il reddito da lavoro stimato: le donne guadagnano in media 37.590 dollari contro i 69.640 degli uomini, circa 54 centesimi per ogni dollaro maschile, e il divario si è allargato rispetto allo scorso anno (38.300 contro 67.520), con una perdita di 11 posizioni. Restano molto bassi anche il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro (41,6% contro 58,7%) e la presenza di donne tra dirigenti e manager (28,6%).
Anche il miglioramento nell’empowerment politico va letto con attenzione (Tabella 4): le quote di donne in Parlamento (32,7%) e ministre (25%) sono invariate, e il recupero dipende soprattutto dall’indicatore che conta gli anni con una donna alla guida del Governo, che cresce con il proseguire dell’attuale legislatura.
Tabella 3 – Performance dell’Italia per singolo sotto-indicatore della dimensione partecipazione economica ed opportunità
| Sotto-indicatore | Rank (su 145 Paesi) | Gender gap colmato |
|---|---|---|
| Tasso di partecipazione forza lavoro | 100° (-1) | 70,9% (+0,3 p.p.) |
| Equità salariale per lavori di pari valore | 116° (-2) | 54,6% (-0,4 p.p.) |
| Reddito stimato | 115° (-11) | 54,0% (-2,7 p.p.) |
| Donne in posizioni dirigenziali, manageriali e ruoli legislativi | 98° (-4) | 40,0% (+1,2 p.p.) |
| Personale con competenze tecniche e professionali | 84° (+4) | 91,4% (+5,1 p.p.) |
Tabella 4 – Performance dell’Italia per singolo sotto-indicatore della dimensione empowerment politico
| Sotto-indicatore | Rank (su 145 Paesi) | Gender gap colmato |
|---|---|---|
| Donne in parlamento | 50° (+2) | 48,7% (=) |
| Donne ministre | 60° (+5) | 33,3% (=) |
| Numero di anni con un capo di Stato o di Governo donna negli ultimi 50 anni | 46° (+11) | 7,9% (+2,9 p.p.) |
Il confronto con le altre grandi economie europee rende evidente la distanza (Figura 2): Regno Unito (5°), Germania (9°), Spagna (12°) e Francia (22°) occupano tutte la parte alta della classifica. Il distacco è massimo sul lavoro: in Italia la differenza tra tasso di partecipazione maschile e femminile è di 17,1 punti, contro i 7-10 punti degli altri quattro Paesi.
Figura 2 – L’Italia a confronto con le altre grandi economie europee
I dati di contesto del profilo italiano aiutano a spiegare questo squilibrio (Figura 3). Le donne sono più presenti degli uomini all’università, ma scelgono molto meno le discipline STEM; partecipano meno al mercato del lavoro e, quando lavorano, sono occupate part-time in tre casi su dieci, contro meno di un uomo su dieci.
Figura 3 – Italia: donne e uomini a confronto su istruzione e lavoro
Una bambina nata oggi difficilmente vedrà raggiunta la piena parità di genere. E con ogni probabilità non la vedranno nemmeno le sue nipoti. Ma i centoventi anni stimati dal report non sono una condanna: sono la fotografia di un ritmo, e i ritmi si possono cambiare.
A dimostrarlo sono gli stessi dati del report. Tra i Paesi che negli ultimi vent’anni hanno compiuto i maggiori progressi non figurano soltanto le economie più ricche: Namibia, Ecuador, Messico e Bolivia hanno guadagnato oltre 12 punti, così come la Francia, che quest’anno risale di 13 posizioni e che, insieme al Regno Unito, potrebbe raggiungere la parità entro quarant’anni. Dietro questi progressi il report legge scelte precise, dall’introduzione di quote di genere nelle istituzioni alle riforme che hanno rafforzato i diritti economici delle donne. L’Italia, che quest’anno avanza di appena 0,4 punti, ha davanti la stessa alternativa: aspettare che il divario si chiuda da solo, oppure adottare misure capaci di accelerare davvero il cambiamento.