Donne e Tech: da pioniere a minoranza

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In data 23 Dicembre 2021 è stata aperta la consultazione pubblica sulla Prassi di riferimento UNI per la certificazione della parità di genere, il cui documento, consultabile esclusivamente per fini informativi e per la formulazione di commenti, è reperibile nella pagina del dipartimento delle pari opportunità.

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Le donne nel tech della prima metà del 1900

“La mia mente è qualcosa di più di un semplice mortale, come il tempo mostrerà” (Ada Lovelace, scrittrice del primo algoritmo della storia nel 1842).

Due articoli del New York Times Magazine e di Timeline raccontano in maniera esaustiva storie di donne tra le pioniere della programmazione mondiale. Tra il Regno Unito e gli USA, infatti, già negli anni ’30 era normale per le donne studiare matematica e lavorare poi come informatiche. È il caso di Jean Jennings Bartik e il suo gruppo noto come “computer-girls”, donne che si sono fatte strada tra le principali compagnie informatiche degli Stati Uniti della prima metà del ‘900 e tra le prime programmatrici per lo sviluppo del computer ENIAC (tra i più completi dell’epoca). Un’altra figura pionieristica è Mary Allen Wilkis, un’informatica che tra gli anni ’60 e ’70 ha mosso i primi passi verso la progettazione di quello che oggi conosciamo come personal computer. Non si parla di casi eccezionali, ma di quella che era considerata una naturale carriera per le donne: negli anni ’50 le programmatrici rappresentavano tra il 30% e il 50% del totale in quel settore e nel 1967 la rivista Cosmopolitan dedicò un numero proprio alle “computer-girls”.

La domanda sorge spontanea: cosa è accaduto? Essenzialmente, la programmazione venne riconosciuta come intellettualmente faticosa e gli stipendi iniziarono ad aumentare in modo significativo. Di conseguenza, più uomini se ne interessarono e cercarono di aumentare il proprio prestigio formando organizzazioni professionali e scoraggiando l’assunzione di donne. La programmazione iniziò, quindi, a percepirsi non più come un lavoro d’ufficio, ma più vicina ad attività maschili come il gioco degli scacchi. Le campagne pubblicitarie, inoltre, criticarono le donne del settore come perditempo e inclini agli errori. Così, si avviò il cambiamento.

Le donne nel tech della prima metà del 1900

“Gli uomini non affrontano lo stesso problema perché i tratti che sono considerati ‘prepotenti’ in una donna sono considerati qualità di leadership in un uomo” (Debra Danielson).

Al giorno d’oggi trovare una manager donna nel mondo del tech non è la regola, bensì l’eccezione, e la mancanza di donne al vertice non incoraggia le altre a provare a fare lo stesso e non ispira le giovani a intraprendere percorsi formativi e lavorativi “atipici” per il genere.

Il divario lo troviamo anzitutto nella formazione delle nuove generazioni, come evidenziato nel report She Figures 2021. Tra le persone in possesso di un dottorato di ricerca in Unione Europea, circa il 50% è donna; tuttavia, nei settori ICT e ingegneristici rispettivamente solo il 22% e il 29% è di genere femminile, e si tratta di un dato in calo. Inoltre, nella scelta del percorso di dottorato, i percorsi sopra citati vengono scelti solamente dal 10% circa del totale del genere femminile (1 su 10) contro il 25% del genere maschile (1 su 4). Molto preoccupante anche il dato relativo alla ricerca scientifica: come detto in precedenza, il numero di persone in possesso di un dottorato è equilibrato per genere; tuttavia, avanzando nella carriera accademica il divario aumenta sempre di più per ogni livello, fino ad arrivare a una differenza di circa 50 punti percentuali nel livello più alto (75% uomini contro 25% donne). Anche per quanto riguarda i brevetti il divario è significativo: su dieci invenzioni poco più di una è riconosciuta a una donna.

Rapporto tra disuguaglianza e crescita economica

“Come può essere buona l’innovazione se non genera miglioramenti per l’umanità?” (Kristina Tsvetanova, Co-fondatrice di BLITLAB Technology).

Considerando le nuove opportunità all’orizzonte portate dalla Quarta rivoluzione industriale, il rischio concreto è che ancora una volta siano le donne ad essere escluse e questa è una perdita anche per la società e l’economia nel complesso, considerando le opportunità mancate di avere studentesse prima, e professioniste poi, altamente specializzate in ambiti scientifici e tecnologici. Come riporta anche un recente studio dell’EIGE, la riduzione del divario generatosi negli anni nelle discipline STEM avrebbe un impatto estremamente positivo sulla società, riducendo il gap nelle competenze tra uomini e donne, aumentando il tasso di occupazione e di produttività di queste ultime. È però necessario agire velocemente attraverso politiche attive che contribuiscano a migliorare la situazione nel minor tempo possibile. Un progresso lento porterebbe a un aumento del PIL in Unione Europea del 2,2% nel 2050, corrispondente a circa 610 miliardi di €; un progresso più intenso, invece, porterebbe il PIL a salire del 3%, ovvero altri 210 miliardi di € di crescita. Il tutto generando più di un milione di posti di lavoro in più.

Una possibile risposta

“La differenza tra uomo e donna è epigenetica, ambientale. Il capitale cerebrale è lo stesso: in un caso è stato storicamente represso, nell’altro incoraggiato. Così pure tra popoli. È sempre un dato culturale” (Rita Levi-Montalcini).

Sono varie le azioni adottate per generare un rapido progresso nella riduzione del divario di genere in ambito tech. L’11 febbraio, giornata internazionale delle ragazze e delle donne nelle scienze, ricorda quello che deve diventare una riflessione quotidiana.
Noi crediamo che sarà sempre più importante aumentare la consapevolezza delle opportunità di carriera in ambito STEM e, come suggerito da uno studio della Bocconi, liberarsi da quei condizionamenti culturali e sociali che allontanano il genere femminile dallo sviluppo di potenziali carriere professionali. Dal punto di vista delle imprese sarà, inoltre, fondamentale rilevare i dati relativi alla situazione del proprio personale ed elaborare percorsi di crescita e miglioramento continuo.

Abbiamo davanti a noi la possibilità e la responsabilità di costruire una società dove pensare alle computer-girls del 1900 non dia più una sensazione di stupore, una società in cui ogni donna e ragazza possa esprimere appieno le proprie potenzialità.

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Autore: Filippo Damiani

Dottorando del 34° ciclo in “Lavoro, Sviluppo e Innovazione” presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e presso la Fondazione Marco Biagi, con la quale partecipa a diverse attività di terza missione. Nelle sue ricerche si interessa ai temi inerenti all’innovazione regionale e alle politiche europee dello sviluppo con particolare attenzione alla prospettiva di genere. È inserito in un programma di co-tutela nel Dottorato in “Ciencias sociales – igualdad de género” presso la “Universidad Pablo de Olavide” a Siviglia (Spagna).

Autrice: Chiara Tasselli

Dopo un anno di ricerca presso il Centro Analisi Politiche Pubbliche (Capp), attualmente frequenta il corso di Dottorato in Lavoro, Sviluppo e Innovazione. Il suo progetto si pone come macro-obiettivo lo studio verticale del capitale umano con un’attenzione particolare ai differenziali di genere e implicazioni sul mercato del lavoro. Trasversalmente ricopre il ruolo di esercitatrice e tutor di macroeconomia per corsi di laurea del dipartimento di Economia “Marco Biagi”.
Nel di Team di IDEM Lab esercita principalmente competenze econometriche, di analisi e interpretazione dei dati.

Autrice: Carlotta Barra

Successivamente alla laurea magistrale in Relazioni di Lavoro conseguita presso il Dipartimento di Economia “Marco Biagi”, ha proseguito il proprio percorso formativo frequentando attualmente il corso di Dottorato di Ricerca in “Lavoro, Sviluppo e Innovazione” (37° ciclo) tenuto presso l’Università di Modena e Reggio Emilia e la Fondazione Marco Biagi. Il suo principale interesse di ricerca è la gender inequality nei percorsi formativi e di lavoro, con un particolare focus rivolto alle diseguaglianze di genere nell’ambito STEM.

Autore: Francesco Faenza

Ingegnere informatico, attualmente dottorando del 36° ciclo in “Lavoro, Sviluppo e Innovazione” presso la Fondazione Marco Biagi, con la quale collabora anche per svariati progetti ICT. Tra i suoi temi di ricerca: contrasto al gender gap nel settore ICT e gamification.

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